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Per continuare il nostro percorso alla scoperta delle potenzialità sociali della collaborazione, abbiamo deciso di fare una chiacchierata con Marco, direttore organizzativo e socio fondatore di Ferrara Off.

Ferrara OFF è un’associazione che si occupa principalmente di teatro, e che ha fatto della propria vocazione artistica uno strumento prezioso per il contesto urbano ferrarese: le loro attività si svolgono sulla cinta muraria della città, all’interno di un baluardo che, dopo aver vissuto anni di grande fermento culturale, si è ritrovato ad affrontare un prolungato periodo di degrado urbano e sociale. Lo stato di incuria, in cui questo luogo era stato proiettato dalla progressiva decadenza del centro sociale che prima lo occupava, aveva fatto in modo che si concentrassero in questo spazio nicchie di disagio sociale, privando la comunità di un bene che avrebbe invece meritato di essere valorizzato perché tutta la comunità potesse usufruirne. Qui si colloca l’esperienza di Ferrara OFF, che ci prepariamo a vivere attraverso le parole di Marco.

Come nasce l’esperienza di Ferrara Off e di cosa vi occupate precisamente?

MARCO: Ferrara OFF come associazione nasce nel 2011 dalla voglia di creare uno spazio teatrale più informale e cittadino rispetto alle attività che allora esistevano, che erano attività svolte prevalentemente dal teatro comunale, quindi un ente istituzionale importante ma che, per l’imponenza e la classicità del luogo, stentava ad avvicinare un pubblico giovane. Io venivo da un’esperienza decennale di lavoro fatto all’interno della comunità cittadina di Occhiobello, il paese che fronteggia il Po dall’altra parte della sponda rispetto a Ferrara, sulla sponda Veneta, dove abbiamo ridato vita ad uno spazio che una volta era il vecchio teatro del paese, poi adibito a centro sociale autogestito dagli anziani. Dopo una decina di anni di lavoro, assieme all’allora assessore di Ferrara Massimo Maisto, che aveva visto l’evoluzione del lavoro svolto ad Occhiobello, e insieme e Gianni Fantoni, comico ferrarese, si decise di provare a realizzare una esperienza simile anche nella nostra città. Per un paio d’anni si cercò di individuare un posto che potesse essere idoneo ad ospitare una nuova realtà, in cui fare spettacoli anche settimanali, con pochi spettatori. Nel 2011, quando fondammo poi l’associazione, fummo contattati dall’amministrazione perché era stato individuato uno spazio sul baluardo della montagna, in cui forse valeva la pena di provare a fare un’azione di questo genere. Era ormai un contenitore vuoto, se non parzialmente occupato da un paio di attività culturali che erano state inserite lì tra il 2004 e il 2006, quando lo spazio occupato dal centro sociale stava andando incontro ad uno sfollamento forzato.

Gli sgomberi non sono mai una esperienza piacevole, com’era il contesto politico e sociale in cui questi eventi si sono sviluppati, e quindi quello in cui vi siete trovati ad operare quando avete deciso di operare all’interno del baluardo?

MARCO: Non mi pare di ricordare che lo sgombero sia stato particolarmente sofferto, mi sembra sia passato abbastanza in sordina, perché la necessità di un intervento da parte delle istituzioni era ormai evidente. Negli anni ’90 quel centro sociale era un luogo molto attivo, sia socialmente che culturalmente, ma progressivamente si è trasformato in un dormitorio in cui il degrado sociale ha avuto modo di radicarsi: lo sgombero non si è intromesso nell’esperienza culturale disordinata di un centro sociale, ma è venuto a sanare una condizione che non aveva alcun legame con nessun tipo di esperienza artistica e sociale. Probabilmente se si fosse intervenuti prima si sarebbe potuto salvaguardare anche il lavoro storico del centro, evitando che quegli ultimi anni portassero ad un impoverimento del ricordo di quella che, a mia memoria, è stata invece una esperienza importante per la città. Noi ci siamo insediati nell’estate del 2013 e, dopo una prima riqualificazione di base eseguita dal comune che ci ha permesso di ricevere gli spazi al grezzo, in quell’anno noi lo attrezzammo a luogo teatrale attuando tutti gli interventi necessari a renderlo un posto funzionale alle nostre attività. Nel tempo abbiamo continuato a investire sul luogo, chiedendo che ci venisse dato in concessione anche lo spazio adiacente al teatro per noi necessario sia per svolgere altre attività che come uffici e magazzino. Grazie ad un finanziamento della regione e ad un nostro investimento abbiamo sistemato anche l’altro spazio, iniziando ad utilizzarlo nel 2016. Ci siamo espansi, quindi, e abbiamo continuato a operare nel territorio della città cercando anche enti che ci aiutassero a crescere e a sviluppare sempre di più la struttura in modo tale che fosse adeguata alle nostre esigenze.

Con quali attività avete inaugurato l’esperienza di Ferrara OFF?

MARCO: Nel 2014 siamo partiti con la prima programmazione teatrale che ci ha permesso di connotare quel luogo come spazio di sperimentazione artistica e culturale. All’inizio abbiamo portato alcune produzioni teatrali realizzate nel corso del tempo, poi ci siamo allargati cominciando ad ospitare realtà teatrali di tutta Italia. Siamo partiti anche con una parte di formazione amatoriale rivolta alla città, che fino a due anni fa ha portato anche importanti risorse per la sopravvivenza dell’associazione. Avevamo attivato fino a 20 corsi che si alternavano tra recitazione, danza e movimento, rivolti sia ai più piccoli che agli adulti. Poi siamo riusciti ad uscire dallo spazio del baluardo per fare attività in città: una delle prime attività che abbiamo fatto fuori dalle mura del teatro è stata nel 2016 la Biblioteca Itinerante di Letteratura, un’esperienza che ci ha portato ogni settimana in un luogo diverso della città, organizzando la lettura di alcuni dei romanzi pubblicati da Giorgio Bassani in qualità di editore tra gli anni 50 e 60. Sempre nel 2016, grazie ad una prima grossa collaborazione con la fondazione Ferrara Arte, abbiamo avuto la possibilità di organizzare la lettura integrale dell’Orlando Furioso all’interno della Pinacoteca Nazionale: un’esperienza durata 36 ore consecutive, che ha coinvolto più di mille lettori provenienti da tutta Italia. Questi sono stati i primi grandi eventi e le prime collaborazioni con la città: da allora abbiamo continuato ad operare con questo genere di attività finché la pandemia non ci ha posto davanti alcuni grandi ostacoli, spingendoci a porci alcune domande sulla necessità dello spazio, su cosa significhi essere un’attività culturale in una città che vive la chiusura totale delle attività culturali e dopo due anni fatica a sentirne l’esigenza. Noi raccogliamo la sfida, ci facciamo domande ma non abbiamo ancora risposte.

Quale è stata la risposta di Ferrara alle vostre iniziative?

MARCO: È stata sempre una risposta altalenante nel tempo, ma credo funzioni così per qualsiasi attività che dipende dalla partecipazione di un pubblico, specialmente per una realtà come la nostra che non ha potuto da subito e non ha voluto poi solo operare su azioni di massa. La città ha risposto molto bene, soprattutto i primi tempi: c’è da dire che quando c’è l’entusiasmo si fanno tante cose, e noi ne avevamo tanto. Dal 2014 al 2019 poi abbiamo avuto la possibilità di lavorare con un’amministrazione comunale molto lungimirante, che ci ha supportato ed ha profuso importanti energie nella creazione di un tessuto culturale reticolare, mettendo in contatto diverse realtà cittadine, facendole collaborare, e ponendo agli angoli della città degli enti culturali importanti che potessero creare un collegamento con la periferia. Con l’insediamento della nuova giunta alcuni equilibri si sono modificati, come sono mutate anche le condizioni in cui operiamo dall’avvento della pandemia. Credo che subito prima del Covid stessimo risentendo del bisogno di rinnovare la creatività e credo che il pubblico lo abbia percepito; quindi, ora dobbiamo un po’ imporci di fare un salto di qualità, altrimenti non varrebbe la pena restare attivi.

Ci hai raccontato dell’importante lavoro portato avanti da Ferrara OFF per restituire dignità al baluardo. Come è stato accolto il vostro arrivo dal quartiere?

MARCO: Il quartiere in cui Ferrara OFF opera è tendenzialmente popolato da persone anziane, sicuramente distanti dal nostro target di riferimento. Nonostante abbiamo provato a coinvolgerli con alcune iniziative dedicate, non abbiamo avuto particolare successo: ricordo un anno in cui siamo andati in giro per le vie limitrofe ad invitare chiunque avesse un’attività commerciale ad assistere gratuitamente ad uno spettacolo teatrale, e non è venuto nessuno. Abbiamo capito lì che il quartiere non stava rispondendo. Le dimensioni molto contenute di Ferrara ci hanno però permesso di coinvolgere un pubblico ben più ampio, rivolgendo le nostre attività alla città nella sua interezza. Ampliando il discorso possiamo dire che sicuramente un impatto c’è stato ed è stato importante: noi lavoriamo come circolo, quindi abbiamo tesserato praticamente tutti quelli che sono venuti a seguire la nostra attività: abbiamo avuto circa 6000 associati, in sei anni di attività (dal 2014 al 2020), che su 130.000 abitanti che popolano il Comune di Ferrara non sono molti, ma non sono nemmeno pochi. Abbiamo fatto anche delle attività che hanno portato un pubblico proveniente dalle province limitrofe, ma prevalentemente ci siamo sempre mossi sul territorio: nonostante le soddisfazioni che la città di Ferrara ci ha restituito, sentiamo di aver sviluppato una maturità professionale che può permetterci, ora, di uscire anche fuori dal contesto cittadino, generando azioni che possano garantire una sostenibilità economica adeguata alla struttura e una nostra ulteriore crescita artistica.

E il rapporto con le istituzioni come è stato?

MARCO: L’esperienza di Ferrara OFF è partita con il supporto di un assessorato che credeva nel lavoro che stavamo facendo e ci ha dato la possibilità di metterci in gioco e di scoprire nuovi aspetti del nostro lavoro, ma non siamo mai riusciti ad avere sostegni economici così importanti, lavorando sempre un po’ in ristrettezze. Con la nuova amministrazione, dopo un primo momento di diffidenza dovuta ad una campagna elettorale senza esclusione di colpi, abbiamo comunque continuato ad operare, e continueremo a farlo finché ne avremo la possibilità. Nonostante le divergenze politiche, credo che alla fine sia stato riconosciuto il valore del nostro operato nei confronti della città.

C’è stato un supporto concreto alle vostre iniziative?

Sì, assolutamente, non ci sono stati ostacoli. Alla fine dello scorso anno stavamo organizzando per il quinto anno consecutivo Monumenti Aperti, una manifestazione nata a Cagliari nel 1997 da Imago Mundi OdV, in cui formiamo bambini, delle scuole del territorio, a raccontare il patrimonio artistico della città, preparando delle restituzioni pubbliche in cui gli adulti hanno la possibilità di visitare gratuitamente i monumenti, guidati dalle narrazioni dei bambini. Non potendo organizzare la manifestazione in presenza, nel 2021, abbiamo realizzato riprese video sui monumenti per ogni classe che partecipava. Ciò ha comportato lo spostamento di intere classi con molti mezzi di trasporto, che il Comune di Ferrara ci ha fornito attraverso l’istituzione scolastica.

Immagino che gli ultimi due anni siano stati duri da affrontare. Come siete riusciti ad adattarvi alle limitazioni imposte dalla pandemia?

Marco: È stata dura e lo è ancora. Lo scorso anno ci siamo messi in moto per quelle che potevano essere delle azioni di formazione online, con tutti i pro e i contro che la cosa comportava nella percezione comune fino a pochi mesi fa. Credo che sotto un certo punto di vista sia stato utile per spingerci a metterci in discussione realmente come associazione e come gruppo e riflettere sul nostro ruolo nella società. L’estate scorsa ci siamo adoperati per replicare, con alcune migliorie, una rassegna all’aperto inaugurata nel 2020, facendo spettacoli una o due volte a settimana nello spazio esterno del baluardo, in collaborazione con le due associazioni che come noi insistono sul Baluardo stesso: Musi Jam APS e Ultimo Baluardo APS. Poi, alla fine dell’anno scorso, abbiamo pensato di aprire i nostri spazi alle compagnie teatrali e artistiche, italiane e straniere, che avevano bisogno di in luogo in cui pensare, provare e creare. Così abbiamo fatto una chiamata: cercavamo 5 “residenze artistiche” da ospitare un mese, da gennaio a maggio. Un mese di utilizzo spazio gratuito, dando la possibilità di alloggiare in un appartamento interamente a disposizione. Ci sono arrivate più di 400 proposte da tutta Italia, che abbiamo vagliato e a cui abbiamo dato risposta. Abbiamo selezionato undici residenze artistiche che partiranno a febbraio e che andranno fino alla fine di giugno, alternandosi tra periodi di permanenza più lunghi e altri più brevi. Abbiamo chiesto ad ogni compagnia di presentare al pubblico, durante le lunghe permanenze, delle proposte artistiche: 4 spettacoli, incontri, prove aperte e 1 percorso formativo di otto ore; il tutto a fronte di un corrispettivo di 2.500 euro. Queste economie, che non sempre vengono garantite tra chi organizza residenze artistiche, potrebbero rivelarsi per noi una scelta rischiosa, nel tempo, ma sentivamo, dopo lunghe riflessioni, il dovere morale di tentare un nuovo percorso di questo tipo.

Come vorresti che si evolvesse Ferrara OFF in futuro?

Marco: Stiamo lavorando per dar vita a uno spazio cinematografico d’essai in una delle due sale, ma ci piacerebbe che quel luogo riuscisse a trovare una natura di socialità diversa rispetto a quella che ha avuto in questi anni. Continuiamo a chiederci cosa significhi fare teatro oggi: dopo due anni di pandemia trovarci all’interno di una sala davanti ad attori e attrici che “fingono” di fare qualcosa ci mette un po’ in crisi, ci fa cercare il motivo per cui dover credere a un’azione del genere quando invece il teatro potrebbe avere in sé la capacità di restituire un atto profondo di verità, e quindi essere per certi versi utile ad una socialità più vera che non si sviluppi attorno alla finzione.
Mi piacerebbe che Ferrara OFF fosse un luogo in cui possa affermarsi un’identità tale da creare un solco, da tracciare una via sul piano culturale nella sua accezione più ampia, tanto in termini di bellezza quanto di socialità. Mi piacerebbe che fosse un luogo in cui il rapporto che si instaura, tra coloro che lavorano e coloro che fruiscono di quel lavoro, lasci trasparire l’importanza di mettere in moto le idee, di discuterle, contrastarle, combatterle: mi piacerebbe che fosse una bella, solida officina creativa.

Intervista a cura di Gloria Maini